Un corpo in una piscina. Una festa finita nel silenzio. Una ragazza di 20 anni, promessa della pallavolo, che ora è solo un nome su un fascicolo aperto per omicidio colposo a carico di ignoti. Ma dietro la “versione ufficiale” della tragedia di Simona Cinà, qualcosa non torna. E la Procura lo sa.
Secondo fonti vicine agli inquirenti di Termini Imerese, la ricostruzione iniziale sarebbe piena di falle. Il malore? Una copertura comoda. L’incidente? Una semplificazione. La verità? Ancora tutta da scrivere. E forse, molto più inquietante di quanto si voglia far credere.

Quella sera nella villa di via Sant’Isidoro Monte, tra minigonne, musica alta, e torta di laurea, Simona si diverte, balla, invia un ultimo messaggio alla madre: “Metto via il telefono e continuo a ballare”. Poi il nulla. Nessuno — nessuno — si accorge di quando finisce in acqua. Nessuno la sente. Nessuno la vede.
Quando viene trovata, è troppo tardi. In piscina, senza telecamere, senza testimoni. E la villa? Non viene nemmeno posta sotto sequestro. Una scelta che lascia più di una perplessità.
Gli investigatori trovano alcol, bicchieri, bottiglie, resti della torta. Ma c’è un dettaglio che fa gelare il sangue: la possibilità che Simona sia stata drogata. I fratelli parlano apertamente di “sostanze nei cocktail”. Gli esami tossicologici saranno decisivi. E la domanda è una sola: qualcuno ha messo qualcosa nel bicchiere di Simona?
Intanto, i ragazzi presenti alla festa “hanno risposto alle domande”. Nessuno ha visto. Nessuno ha sentito. Nessuno sa. Eppure, alle 4 del mattino, iniziano a pulire tutto. In silenzio. Senza sapere che una di loro giaceva morta a pochi metri.
Il fascicolo è aperto. L’autopsia è stata affidata. Ma mentre si attendono i risultati, la sensazione è chiara: qualcuno sta mentendo. E ogni ora che passa senza risposte è un affronto non solo alla famiglia Cinà, ma a tutti quelli che credono ancora nella verità.