La vicenda della cosiddetta famiglia nel bosco continua a far discutere e a dividere l’opinione pubblica. Una storia che, fin dall’inizio, ha acceso interrogativi profondi sul confine tra libertà educativa, autodeterminazione familiare e tutela dei diritti fondamentali dei minori. I genitori rivendicano scelte alternative di vita, mentre le istituzioni ribadiscono la necessità di garantire salute, istruzione e sviluppo adeguato ai bambini.
Negli ultimi mesi il caso è arrivato fino alla Corte d’Appello, chiamata a valutare la correttezza delle decisioni già prese dal Tribunale per i minorenni. Al centro del dibattito non c’è soltanto la scelta di vivere in un contesto isolato, ma soprattutto le conseguenze concrete che tale scelta avrebbe avuto sui figli, sotto il profilo sanitario, educativo e relazionale.

Famiglia nel bosco, cosa succede ora ai bambini
Il punto fermo, almeno per ora, è che i bambini non torneranno a casa. Una decisione che non nasce da un singolo episodio, ma da una ricostruzione articolata dell’intera vicenda, nella quale i giudici hanno messo nero su bianco una serie di criticità ritenute ancora attuali e non superate. È proprio la Corte d’Appello a spiegare nel dettaglio perché il rientro in famiglia non sia possibile in questa fase. I giudici ripercorrono l’iter della famiglia del bosco e ribadiscono che i rilievi formulati dal Tribunale per i minorenni risultano corretti e fondati, cosa che rende, almeno per ora, il ritorno a casa in salita. Per dirla in poche parole: si complica tutto.

Quanto alla presunta violazione del diritto all’assistenza linguistica, l’ordinanza dà atto dell’”insussistenza della violazione del diritto all’assistenza linguistica”, evidenziando che “i reclamanti non hanno manifestato difficoltà nel comprendere o nell’esprimersi nella lingua italiana, né mai chiesto aiuto in tal senso, comprendendo esattamente il senso delle domande”. Sotto il profilo sanitario, la Corte richiama le date e le circostanze già valutate in primo grado.

“I minori, inizialmente privi di un medico di base, hanno effettuato la prima visita pediatrica il 24 luglio scorso” e “il 31 luglio scorso i genitori hanno rappresentato la contrarietà all’effettuazione degli ulteriori accertamenti richiesti dalla pediatra”. E ancora, si legge nell’ordinanza, “sussisteva al momento dell’adozione del provvedimento impugnato una situazione di danno in capo ai minori derivante dalla impossibilità di svolgere tutti gli accertamenti sulle loro condizioni di salute”, mentre “attualmente si stanno svolgendo all’interno della casa famiglia”.
Il nodo sanitario è uno degli elementi centrali della decisione. Dopo il primo provvedimento del 22 maggio “i minori non hanno completato il ciclo vaccinale, né sono stati sottoposti agli esami ed alla visita neuropsichiatrica prescritti dalla pediatra”, a causa dell’opposizione dei genitori che avevano scritto: “Accettiamo la richiesta al costo condizionale di 50.000 euro per ogni minore”, chiedendo provocatoriamente una sorta di cauzione per non meglio specificati danni che i minori avrebbero potuto subire da accertamenti che invece erano richiesti a tutela della loro salute. Una posizione che, secondo i giudici, ha impedito per mesi di verificare lo stato di benessere dei bambini.
Anche sul fronte dell’istruzione le valutazioni restano negative. Riguardo all’istruzione Unschooling, i giudici rilevano, come già fatto dal Tribunale, che “dalla documentazione non risulta la dichiarazione sulla capacità tecnica o economica di provvedere all’insegnamento parentale”. Viene anche evidenziato “l’omesso deposito di ogni documentazione relativamente al primo anno scolastico della figlia maggiore”. Elementi che hanno pesato nel giudizio complessivo sull’adeguatezza del percorso educativo scelto dai genitori.
Ancora più allarmanti, per la Corte, sono le verifiche effettuate dopo l’inserimento in casa famiglia. L’ordinanza sottolinea inoltre che “le valutazioni di idoneità relative sia al passaggio alla seconda classe che a quello alla terza classe della scuola primaria della figlia maggiore contrastino in modo eclatante con le condizioni di istruzione verificate dopo l’inserimento in casa famiglia”, dove “è emerso che la bambina non sa leggere e scrivere, né in inglese né in italiano, ed a stento scrive il proprio nome sotto dettatura”. Un divario che ha rafforzato il timore di un danno già in atto sul piano dello sviluppo cognitivo.
Infine, restano le criticità legate all’ambiente di vita e alla socializzazione. Sulle condizioni abitative si ribadisce l’inidoneità del rudere. I giudici condividono le valutazioni del Tribunale sulla socializzazione, che aveva “motivato sui rischi per la socializzazione e per lo sviluppo cognitivo – emotivo dei minori, connessi alla deprivazione del rapporto con i pari”. Né le lettere di sostegno né le fotografie prodotte dalla difesa sono ritenute idonee a ribaltare quel giudizio, poiché “la documentazione prodotta nel giudizio di primo grado non vale ad inficiare la correttezza della valutazione operata dal Tribunale, qui condivisa”. È su queste basi che, almeno per ora, la famiglia nel bosco resta separata dai figli, in attesa di eventuali cambiamenti concreti che possano garantire pienamente i loro diritti.